Mariella Di Monte
Mariella Di Monte

La toga rossa, la toga nera.

Succede che ci si iscriva a Giurisprudenza perché gli studi di Medicina son lunghi e, a poco più di diciotto anni, l'idea di dover restare sui libri per i successivi dieci - tra laurea e specializzazione - spaventi.

Succede che ci si laurei prestissimo e praticamente col massimo dei voti e si pensi al concorso in Magistratura come epilogo possibile di un percorso universitario brillante.

Succede, ancora, che si incomincino a provare i concorsi per laureati in legge un po' per gioco, per esercitarsi con i temi studiati al corso napoletano del giudice Fralicciardi.

Succede - sì, a me è successo anche questo - che si vincano tutti i concorsi a cui si partecipa e si cominci a lavorare, a solo un anno dalla laurea, dapprima come Vice Ispettore di Polizia Penitenziaria, poi come Ufficiale Giudiziario, infine come Direttore di Cancelleria.

Succede, infine, che si accantoni l'idea  della Magistratura, ma non l'anelito alla Giustizia.

Ed è quasi un quarto di secolo che mi alzo la mattina ed entro in un sistema che funziona malissimo, ma nel quale ancora credo, perché fa poca differenza indossare la toga nera del magistrato o quella rossa del cancelliere: giustizia vò cercando, ho cercato, continuerò a cercare.

 

NON MI ARRENDO ALLA BARBARIE.

NEMMENO A QUELLA DA SOCIAL

 

Il dibattito scaturito sul mio profilo Facebook, dopo che ho condiviso il pensiero di un amico sul caso Riina e sulla eventualità che al boss morente vengano concessi i domiciliari, mi ha convinta a ritornare sull’argomento.

Intanto, dal punto di vista strettamente giuridico, il buon Riina ha chiesto di beneficiare dell’istituto del differimento obbligatorio dell’esecuzione della pena detentiva, previsto e disciplinato dall’articolo 146, terzo comma del codice penale, a norma del quale l’esecuzione di una pena, che non sia pecuniaria, è differita se deve aver luogo nei confronti di una persona affetta ad AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria accertate ai sensi dell’articolo 286/bis comma 2 del codice di procedura penale, ovvero da altra malattia particolarmente grave per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione, quando la persona si trova in una fase della malattia così avanzata da non rispondere più, secondo le certificazioni del servizio penitenziario o esterno, ai trattamenti disponibili e alle terapie curative.

Gli accertamenti a tale riguardo, in concreto, vengono disposti dal tribunale di sorveglianza e vengono eseguiti dalla struttura penitenziaria, che dispone di personale specializzato.

E’ lo stesso caso di Bernardo Provenzano, morto in stato di detenzione presso il reparto ospedaliero di San Vittore, ed al quale non si ritenne di accordare quanto oggi viene richiesto per Riina nonostante il parere favorevole di diverse procure e della stessa Direzione Nazionale Antimafia.

La giurisprudenza consolidata in questa materia richiede, per il differimento, che le condizioni di salute siano incompatibili col regime carcerario. Nel nostro caso, citando Cassazione Penale, I sez. pen. 4284/2014, “è obbligatorio il differimento dell’esecuzione, qualora tenuto conto dell’infermità, di un eventuale prognosi infausta quoad vitam a breve scadenza, l’espiazione appaia contraria al senso di umanità per le eccessive sofferenze da essa derivanti o priva di significato rieducativo.”

Altrimenti, si può disporre le detenzione domiciliare c.d. sostitutiva “ove le condizione di salute non presentino tali caratteristiche di sofferenza o di prognosi infausta ma richiedano comunque contatti con presidi sanitari”

La norma, che è generale ed astratta per definizione, non patisce eccezioni in relazione al destinatario.  Anche il boss dei boss ha diritto a morire "dignitosamente". Lo ha stabilito la Cassazione, che ha accolto la richiesta degli avvocati di Totò Riina, aprendo, di fatto, all'ipotesi di scarcerazione del capo dei capi di Cosa Nostra.

"Differimento della pena o, in subordine, detenzione domiciliare" erano le richieste della difesa. Il boss, si legge nella sentenza, versa in condizioni di salute "gravissime": ha 86 anni ed è "affetto da plurime patologie che interessano vari organi vitali, in particolare cuore e reni, con sindrome parkinsoniana in vasculopatia cerebrale cronica".

La suprema corte ritiene che le "eccezionali condizioni di pericolosità" debbano essere basate "su precisi argomenti di fatto".

Va stabilito, insomma, quanto Riina possa essere considersto pericoloso in questo ststo di salute, "ferma restando l'altissima pericolosità sociale del detenuto ed il suo indiscusso spessore criminale", si legge nella sentenza 27.776, il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, al quale ora spetta di decidere sulla richiesta degi avvocati.

Non stiamo parlando, si badi bene, di chissà quali astruse trovate, ma del codice penale e dell’articolo 27 di quella Costituzione che, non più tardi del 4 dicembre scorso, tanti leoni da tastiera si affannavano a difendere – sic!- da presunte e pretese derive autoritarie.

Oggi come il 4 dicembre, però, si è scatenata la barbarie da social, con invettive ed insulti a carico di chi osa sostenere posizioni di legittimità e di civiltà.

Oggi come allora, sul mio profilo assisto allo scatenarsi della foga giustizialista ma disinformata, qualunquista e forcaiola, oggi come allora non mi ci rassegno e non mi nascondo: penso che occorra coraggio a sostenere posizioni di civiltà, e penso che i social servano anche a divulgare informazione e cultura, pur nel mare di pattume e di violenza verbale.

 E’ ANCHE QUESTA LA BARBARIE A CUI NON MI RASSEGNO.

Penso, e lo ribadisco, che la civiltà di una nazione si riconosca anche dalla maniera in cui tratta chi si è macchiato di delitti. E posso dirlo senza timore che mi si tacci di simpatie mafiose. La mia storia personale e professionale parla per me: ho cominciato la carriera come ispettore di polizia penitenziaria, l’ho proseguita come ufficiale giudiziario e direttore di cancelleria.

Io i delinquenti li schifo tutti – per una volta voglio usare un termine forte, un termine da social – che siano rozzi e barbari mafiosi, azzimati professionisti o politici in doppiopetto e colletto bianco, ma non per questo son disposta a tornare alla legge dal taglione.

E ora parlate pure. Ne avete facoltà.

 

MdM - Politically Incorrect - 6 giugno 2017 - diritti riservati

SCHIZOFRENIA GIURIDICA, MUSEI SENZA DIRETTORE E TRIBUNALI AL COLLASSO
Ovvero: quando la stessa legge produce risultati diversi.

 

Due provvedimenti giurisdizionali, relativi a due diversi concorsi e di segno completamente opposto tra loro, stanno facendo parlare in questi giorni l’opinione pubblica.
Il primo, in ordine di tempo, è contenuto in due sentenze del Tar del Lazio depositate in data 24 maggio, con le quali si afferma, tra le altre cose, il principio per cui – ai sensi e per gli effetti dell’art. 38 D. Lgs. 165/01 – non è consentito ai cittadini non italiani di partecipare alle selezioni per l’assegnazione di un incarico di funzioni dirigenziali in una struttura amministrativa nel nostro Paese, e pertanto, blocca la nomina di cinque dei venti super-direttori di museo risultati vincitori, in quanto stranieri. 
Il ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, ha annunciato l’immediata proposizione di appello al Consiglio di Stato, con contestuale richiesta di sospensiva.
Il secondo provvedimento, di segno esattamente opposto, è un’ordinanza del giudice del lavoro di Firenze, dottoressa Stefania Carlucci, depositata appena tre giorni dopo, il 27 maggio, ed afferma, in relazione al mega concorso del Ministero della Giustizia per 800 posti di assistente giudiziario, che la riservati ai soli cittadini italiani è incompatibile con il diritto comunitario.
Entrambi i casi hanno sconcertato l’opinione pubblica, sollevato un vespaio di polemiche e prodotto reazioni di segno uguale e contrario.
Ma cosa dice, in concreto, la legge?
Il Trattato di funzionamento dell'Unione Europea riserva gli impieghi nella pubblica amministrazione ai cittadini dei singoli Stati membri, quale sola eccezione alla abolizione di ogni discriminazione fondata sulla nazionalità. Ma la Corte di Giustizia europea ha ristretto - sentenza dopo sentenza - la portata applicativa della esclusione degli stranieri dalle pubbliche amministrazioni. E oggi in Italia il Testo unico sul pubblico impiego - il D. Lgs. 165/01, modificato nel 2013 per adempiere agli obblighi europei - riserva ai cittadini italiani l'ammissione ai soli concorsi per mansioni che implichino "l'esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri" o che attengano "alla tutela dell'interesse nazionale". 
E’ la medesima questione discussa nel caso dei direttori stranieri dei musei italiani, ma il Tar Lazio è pervenuto a conclusioni diametralmente opposte al giudice di Firenze, la cui
ordinanza ripercorre le sentenze della Corte Europea che hanno ritenuto illegittimo il requisito della cittadinanza per l'accesso a posti di lavoro che, pur collegati all'esercizio di pubblici poteri, consistono però soltanto in attività ausiliarie o preparatorie, o che, pur in contatto anche regolare e organico con autorità amministrative o giudiziarie, ne lascino inalterati i poteri di valutazione e di decisione. 
Il giudice di Firenze afferma, in sostanza, che occorra valutare in concreto se un posto all'interno della pubblica amministrazione costituisca o meno esercizio di pubblici poteri e ritiene di poterlo escludere per le mansioni di assistente giudiziario; per questo ha giudicato discriminatoria, e come tale illegittima, la clausola del bando di concorso del ministero della Giustizia che lo riserva ai soli cittadini italiani. 
L'Avvocatura dello Stato ha già presentato reclamo contro la sospensione della procedura concorsuale e, nel frattempo, il ministero della Giustizia non ha chiarito se intenda resistere fino all'ultimo grado di giudizio o riaprire il bando. 
 Nel frattempo, i musei sono senza direttori ed i tribunali al collasso.
Paradosso italiano: la legge è uguale per tutti, ma la stessa legge può produrre, addirittura, risultati diametralmente opposti.

MdM - Politically Incorrect - 02.06.2017 - diritti riservati

 

 

 

 

SUMMUM IUS, SUMMA INIURIA.

 

Il noto brocardo latino attribuito a vari giuristi romani, tra i quali Cicerone, avverte che il diritto, portato alle estreme conseguenze, senza i necessari adattamenti al caso concreto, può portare a commettere sostanziali e clamorose ingiustizie. 
Secondo il tribunale di Milano, pa
gare un parlamentare per ottenere una legge “su misura” non è reato. Nemmeno se il deputato o senatore italiano vende i suoi voti a un regime dittatoriale straniero. Benvenuti in Italia, il paese dell’impunità per i politici che hanno più poteri, che in teoria dovrebbero avere più responsabilità. E invece si scoprono liberi di intascare tangenti senza rischiare nulla.


Una sentenza del tribunale di Milano fotografa un buco nero nella lotta alla corruzione. Il caso nasce da un verdetto a sorpresa che premia Luca Volontè, 51 anni, parlamentare ciellino dell’Udc fino al 2013. In quella legislatura iniziata nel 2008, il politico lombardo è stato uno dei più influenti rappresentanti italiani al Consiglio d’Europa, l’istituzione internazionale, con sede a Strasburgo, chiamata a far rispettare la Convenzione europea per i diritti umani. Imputato di aver incassato oltre due milioni di euro dall’Azerbaijan, mascherati con una girandola di bonifici offshore, Volontè è stato prosciolto dall’accusa di corruzione con una motivazione tecnica, che ha una portata generale: in Italia non è possibile indagare su nessuna attività dei parlamentari, che vanno considerate «insindacabili». A dirlo non è un politico inquisito: questa volta è la stessa giustizia ad auto-limitarsi.

La sentenza spiega infatti che la magistratura non è autorizzata a valutare leggi, emendamenti, mozioni e ogni altra presa di posizione politica: deve archiviare tutto e subito, perfino quando il voto del parlamentare risulta comprato con tangenti milionarie. A imporre questa assoluzione a prima vista, a prescindere dai fatti, è il privilegio legale dell’immunità parlamentare, in una interpretazione extra-large mai vista prima. La Procura di Milano non è d’accordo e ha fatto ricorso in Cassazione. Ma la strada dell’accusa ora è tutta in salita. Per tutte le Procure d’Italia.

 >>http://www.vogliadigrecia.it/

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