Mariella Di Monte
Mariella Di Monte

NESSUNO PUO' TORNARE INDIETRO E RIPARTIRE DA UN NUOVO INIZIO, MA CHIUNQUE PUO' PARTIRE DA OGGI E SCRIVERE UN NUOVO FINALE.

 

 

 

 

FINE GIORNATA STANDARD DI UNA MAMMA AUTISTICA

CASA TORRE - DI MONTE, ORE 22 DI UN GIORNO DI LUGLIO

Prometto che cercherò di rispondere a tutte le richieste di amicizia su Facebook, a tutte le richieste di contatto e messaggi su MSN, nonché a tutti i commenti sotto i miei post, diventati virali e condivisi migliaia di volte.
La vita di noi autistici - ché tali si diventa tutti quanti nelle famiglie toccate da questo dramma - è assai più piena e movimentata rispetto a quella dei genitori "normali": i nostri figli, nella migliore delle ipotesi, a sedici anni - quanti ne ha ora Fulvia - hanno l'autonomia personale e la capacità di comunicare di un bambino di cinque-sei e tutta una serie di paturnie, e poi ci sono gli altri figli, il lavoro - per chi lo ha - e i genitori che diventano anziani e bisognosi, a loro volta, di cure.
Sono stata in tribunale, a Foggia, dalle 7.30 alle 17. Il tribunale dista una quarantina di chilometri e più di quaranta minuti da casa mia, il parcheggio è scoperto e non c'è un filo d'erba a fare ombra. Oggi a Foggia c'erano più di 40°. 
Al mio ritorno Fulvia era logorroica e capricciosa e ancora non vuole saperne di andare a dormire. In questo preciso momento mi sta dicendo che vuole un piatto per metterci il resto dell'insalata di riso di oggi, che ho preparato alle cinque di stamattina.
"E perché vuoi metterla nel piatto, tesoro?"
Mi guarda con la faccia di chi si sente preso in giro: "Perché voglio mangiare."
Fulvia è parecchio in sovrappeso e non dovrebbe mangiare a quest'ora, ma è difficile che un autistico - anche se a medio/alto funzionamento - riesca a gestire un rifiuto.
Ho ritrovato un'intervista che rilasciai qualche anno fa, l'ho postata perché la nostra è una storia di dolore - tanto - ma anche di speranza.
I nostri figli, se noi ci crediamo, possono fare progressi che i sedicenti "esperti" giudicano impossibili, ma a noi incombe, soprattutto in momenti come questi, l'obbligo morale della testimonianza e della lotta, perché non vengano inflitte ad altri le infinite sofferenze che patiscono loro, e noi insieme a loro.
Io non mi arrendo, e userò tutti i mezzi a mia disposizione per diffondere il mio ed il suo grido di dolore.
Fulvia sta selezionando accuratamente le olive taggiasche ed i pezzettini di tonno, perché il condimento le interessa più del riso.
Qualcosa mi dice che sarà una lunga notte, una delle tante in cui lei non dormirà. 
E io neppure.

 

MdM, 12 luglio 2017

 

LETTURA GLOBALE E MODERNE TECNICHE DI SCRITTURA
 

Nessuno mi ha insegnato a leggere. 
Deve essere accaduto durante i lunghi periodi di forzata immobilità che i ripetuti interventi volti alla correzione della mia lussazione delle anche imponevano, ma, ad ogni modo, accadde attorno ai tre anni. 
Mia madre mi aveva comprato parecchi libri di favole, e me le leggeva senza cambiare nulla, seduta sul letto accanto a me, portando il segno col dito, da donna intelligente quale è sempre stata. 
Capii che quei segni strani erano parole, e imparai a riconoscerle per intero, senza dividerle in sillabe e lettere. 
Ciò mi consentì di leggere molto più velocemente di quello che normalmente fanno gli scolari, e ho scoperto solo anni dopo che la lettura globale - e già, si chiama così, anche se certamente mia madre non lo sapeva - in Italia viene insegnata, ancora oggi, solo in scuole d'avanguardia, tutte rigorosamente private.
La lettura tanto precoce e l'immobilità forzata, che continuò ad accompagnare fino ai dieci anni una bambina per altri versi iperattiva e assai curiosa del mondo, finirono per dirottare l'attenzione sui libri. 
Il pensiero correva già allora molto veloce. 
La scrittura arrivò attorno ai cinque anni: c'era una ragazza molto giovane e molto in gamba che teneva un doposcuola all'angolo di via Mentana dove abitavamo, e a mia madre che mi ci portò perché mi insegnasse a scrivere pronosticò per me un cursus scolastico d'eccezione. 
Scrivevo in modo compulsivo, e lo faccio ancora, ma ci son volute le attuali tecnologie per liberarmi, finalmente, dalla frustrazione di vedere la penna sempre troppo lenta rispetto al pensiero.

QUELLA MISSIONE CHE MI CAMBIO' LA VITA

 

 

Per quelli come me, già dipendenti del Ministero della Giustizia, il concorso del 1993 per ex VIII livello - oggi Direttore Amministrativo - fu considerato alla stregua di un corso di aggiornamento: ci pagarono missione, vitto, alloggio, lavatura e stiratura. 

In realtà, non sarebbe bastato nemmeno questo, nel bel mezzo del mese di luglio, per motivarmi a sostenere tre giorni di concorso - più uno di identificazione ed uno di vidimazione dei codici - se, contrariamente al solito Hotel Ergife di Roma, la sede scelta per le prove scritte non fosse stata individuata nella città di Bologna. 

Ognuno ha i suoi luoghi del cuore, per me Bologna - e più che altro l'Istituto Ortopedico Rizzoli - sono stati una tappa di crescita, fisica e psichica, durata dieci lunghi e dolorosi anni, i primi della mia vita.

Decisi, pertanto, che avrei colto l'occasione per tornarvi, spesata dal Ministero, ed unire l'utile al dilettevole: cinque giorni da passare con gli amici - coi quali ormai non condividevo più l'assillo per la ricerca di un lavoro che, già allora, era assai difficile da trovare - nonchè la possibiltà di tornare a calpestare il corridoio della "Manica Lunga" e il chiostro interno dell'ex monastero degli olivetani, lungo i quali mia madre per anni mi aveva portato in carrozzina, reduce dagli innumerevoli interventi che la mia lussazione richiese per rientrare.

In queste favorevoli condizioni di spirito, l'unica cosa di cui davvero non mi importava nulla era proprio l'esito del concorso, atteso che ero già in servizio al D.A.P. come ispettore di polizia penitenziaria (peraltro distaccata ai servizi civili dell'ex C.S.S.A. ora U.E.P.E. di Napoli-Colli Aminei), attendevo la sede per il concorso da Ufficiale Giudiziario che avevo già vinto e non avevo ancora ventisei anni.

I miei amici si erano attrezzati con l'armamentario solito: temari della Simone Editrice, manuali fotocopiati e miniaturizzati, cazzi e mazzi, annessi e connessi.

Io avevo solo due Bic nere e i codici Simone non commentati.

Perché mi fosse rilasciato l'attestato di partecipazione, indispensabile per ottenere la liquidazione dell'indennità di missione, occorreva che consegnassi gli elaborati delle tre giornate di concorso, e gli stessi si potevano consegnare non prima di quattro ore dalla dettatura delle tracce.

Quattro ore sono lunghe da passare senza far niente, e dunque, giusto perché passassero più in fretta, scrissi. Senza fare brutte copie, usando solo i codici e quello che il corso napoletano di preparazione alla magistratura tenuto dal giudice Fralicciardi mi aveva insegnato.

Consegnai tutti e tre i giorni; tre temi che, a detta degli amici miei, sicuramente non erano il massimo che potessi fare, ma a me non interessava un fico secco, visto che, appena consegnati in tutta fretta gli elaborati, andavo in giro per i colli bolognesi e potevo tornare a passeggiare nei luoghi della mia infanzia.

Risultato: fui l'unica del gruppo, oltre al mio attuale marito - che all'epoca conoscevo ma non frequentavo - a superare quegli scritti che, ad onor del vero, erano difficilissimi, anche se furono da me affrontati con l'assoluta tranquilllità di chi non ha nulla da chiedere, e sicuramente superati proprio per questo.

La vita è decisa da eventi e situazioni che, nel momento in cui accadono, raramente vengono percepiti come importanti.

Le vicende successive di quel concorso, che dopo più di due anni mi riportarono indietro dalla civilissima Brianza - in cui avevo scelto di andare come Ufficiale Giudiziario - alla natìa Capitanata, basterebbero da sole a rimpire un romanzo.

Quando penso a tutto quello che dopo di allora mi è accaduto - nel bene e nel male - mi chiedo se davvero è possibile che una vita intera, peraltro densissima, sia stata decisa da una vicenda che al tempo era, per me, del tutto insignificante.

Doveva essere una "Missione" diversiva e il ritorno ad un luogo del cuore e finì, invece, per cambiare la mia vita e quella di altri e per generare altre vite.

Ripensandoci, accadde tutto per caso.

Ma il caso non esiste.

 

 

 

 

NUN T'AVE CHI VEDE', NUN T'AVE CHI SENTI'
L'educazione come disobbedienza civile all'inciviltà dilagante.

 

Mia madre fu, a suo tempo, una rinomata sarta ed insegnante di cucito e ancora oggi, a Castelnuovo, io e mio fratello siamo i figli della "maestra", ché tale appellativo si dava, all'epoca, a chi teneva una sartoria avviata come la sua.
Gestire un laboratorio artigiano e, contemporaneamente, una decina di ragazze che venivano ad imparare il mestiere non doveva essere facile, e certamente parte della sua straordinaria grinta - nemmeno scalfita dalle ottantaquattro primavere splendidamente portate - le deriva da quel genere di gavetta.
"Nella mia sartoria" racconta ancora oggi "non si facevano pettegolezzi: il paese era ed è piccolissimo, e niente di quel che si diceva poteva restar segreto. Pertanto, alle ragazze c'era da imporre una disciplina rigidissima, e spesso da insegnar loro come comportarsi con la gente, come chiedere le cose per favore, come ringraziare; come regolarsi quando si entrava in casa d'altri per prender le misure degli abiti e per consegnarli, e, talora, per esigere gentilmente, ma con fermezza, il pagamento di quanto dovuto; come parlare a bassa voce ed esprimersi con garbo, ché in un paesello di quello nun t'ave chi vedè e nun t'ave chi sentì..."
Cresciuta con tale marziale disciplina, rimango sempre sconcertata di fronte alla sguaiataggine dei tempi moderni; al sovrano turpiloquio, che regna incontrastato anche in ambienti e contesti formalmente elevati e che trova nei social network un mezzo di diffusione devastante; al chiacchiericcio vacuo delle comari, avente spesso ad oggetto altre donne - demolite e tacciate di ogni sconcezza - ma che anche gli uomini non disdegnano di praticare e che è la cifra - perfino - di un certo tipo di attività politica.
Forse si dovrebbe ricominciare dal chiedere "per favore" e dal dire "grazie"; dal pensare a migliorare sé stessi piuttosto che cercare di demolire gli altri; dal pensare che "nun t'ave chi vedè e nun t'ave chi sentì", che si può parlare senza sparlare, che quello che si può dire con una parolaccia si può dire anche con una parolina - magari tagliente, sarcastica, ma non volgare -. 
Piccoli gesti ed atteggiamenti un tempo normali, che oggi sono di disobbedienza civile rispetto al dilagare dell'inciviltà, ma che sono anche un primo, imprescindibile presidio di legalità.
Chi pensa che la gentilezza sia inutile non comprende quanto essa sia vicina alla bellezza, e quanto la bellezza sia utile alla salvezza del mondo.

 

Nessuno può tornare indietro e ripartire da un nuovo inizio, ma chiunque può partire da oggi e scrivere un nuovo finale.

 
Mia madre non ricorda un tempo della mia vita in cui io non abbia parlato; mio padre dice che, forse, è durato per i primi cinque/sei mesi.
Io so per certo di aver sempre subìto la fascinazione della parola: smontare, rimontare, analizzare il senso delle parole, le loro radici, il perché di certe connessioni tra loro.
La parola e la scrittura erano, probabilmente, la mia vera vocazione, tradita con gli studi di diritto - nei quali pure, ad onor del vero, molto mi è servita la capacità di spaccare ogni parola in quattro, otto, sedici, trentadue, sessantaquattro, in virtuosismi a volte parenti stretti di una capziosità che ho sperimentato funzionale a superare gli esami presto e bene e, dopo, assai utile in tutte le professioni legate all'esercizio della Giustizia -.
Le parole sono un'arma più affilata di qualsiasi spada e più devastante di qualsiasi bomba atomica, ma proprio questa acuta consapevolezza mi rende talora insicura, soprattutto nel comunicare con le persone che amo e con le quali, più che con le altre, mi rendo conto che occorre scegliere accuratamente le parole da dire. E anche quelle da tacere.
Amo ancora la vita, malgrado mi abbia riservato più di una vicissitudine, e penso che il principio matematico della conversione del negativo in positivo sia esiziale per non soccombere alle incognite della quotidianità.
Dalle mie parti ci si qualifica anche con le parentele e le affinità, pertanto, per i sanseveresi, torremaggioresi e gente dei paraggi, sono la moglie di Enzo Torre, la mamma di Fabio e Fulvia, l'ex assessore alle Politiche Sociali e Sanitarie presso la città di San Severo (FG), che ha mollato un incarico prestigioso con cinque pagine di dimissioni, perché incapace di conciliare il suo background culturale e professionale con quello che un certo tipo di politica richiede. Sono stata anche ufficiale giudiziario presso il tribunale di Monza e collaboratore amministrativo contabile presso il carcere di Poggioreale,  U.E.P.E. Colli Aminei, Napoli. Attualmente sono Direttore Amministrativo del Ministero della Giustizia, ho diretto il settore dibattimento penale del Tribunale di Foggia e l'Ufficio del Giudice di Pace di San Severo, e sono in aspettativa per motivi di famiglia.
Prima o poi tornerò alla scrittura, perché "certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano."

 

 

 >>http://www.vogliadigrecia.it/

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